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La mia intervista per il7 Magazine

La mia intervista per il7 Magazine

È così bello andare in profondità, confrontarsi, cercare risposte a domande che portano valore. Oggi ti parlo di quel tipo di domande.

Sono le domande che mi ha posto Marina Poci, professionista appassionata con cui ho avuto una piacevolissima conversazione che si è trasformata in questo articolo di ben due facciate per IL7 Magazine.

Abbiamo parlato un po’ di me, un po’ dei contenuti del mio libro “Disney Business, best seller Amazon e di come possa essere di ispirazione per imprenditori, marketer e amanti del teatro.

Abbiamo riflettuto su temi su cui credo bisognerebbe mettere davvero l’attenzione oggi più che mai, per esempio:

🔎 si può sostituire l’esperienza teatrale con la tv?
🔎 quali principi del mondo Disney possono utili in un contesto economico come quello del Mezzogiorno?
🔎 la sinergia Disney è replicabile?

Nelle mie risposte prendo una posizione chiara e sono proprio queste risposte che vorrei riportare anche qui perché tu possa leggerle e darmi anche un tuo parere.

Se vuoi leggere l’articolo completo ti invito ad andare a guardare a pag.28 e 29 de il 7 Magazine e chissà che sfogliando questo giornale tu non trovi anche qualcos’altro di tuo interesse.

Quindi andiamo al dunque.

Ecco le domande che mi ha posto la giornalista de il7 Magazine e le mie risposte su di me e sul mio libro Disney Business.

La facoltà da lei frequentata è molto particolare. Unisce due anime: quella artistica e quella economica.

“Esatto, è proprio quello il motivo che mi ha portato a sceglierla. Frequentare una normale facoltà di Economia non mi avrebbe permesso di coltivare la mia vocazione artistica e questo alla lunga mi sarebbe pesato. Ho interessi culturali molto vivi sin dal liceo, leggo tantissimo, scrivo, ho fatto teatro. Arrivata a Milano, con i miei compagni di università ho fondato la prima radio della Cattolica, RadioCatt, e poi un’associazione culturale, la Vox. In particolare, io ero responsabile di una partnership tra il teatro Franco Parenti e la nostra associazione: mandavamo gli studenti a teatro gratis e, in cambio, loro si impegnavano a scrivere recensioni in radio e sul giornale universitario. Un’esperienza bellissima, che mi ha arricchito tanto dal punto di vista umano e professionale”.

Come nasce l’idea di focalizzarsi sul musical “Il re Leone”?
Nasce dalla passione per il mondo Disney, con i cui personaggi sono cresciuta e a cui sono legata da un affetto primordiale, e dall’amore per il teatro, che ho coltivato sin da adolescente e che non ho mai abbandonato. Durante la preparazione di un esame universitario mi è capitato di scontrarmi con una grande sfiducia del mondo economico nei confronti dell’arte teatrale, sulla base del fatto che gli utili che se ne ricavano sono irrisori. Addirittura ho iniziato a leggere che il teatro è destinato a morire, se lasciato al gioco concorrenziale delle nuove tecnologie. Per me questo punto di vista era inaccettabile, quindi il mio impegno per la tesi di magistrale è stato quello di dimostrare che il teatro fatto bene e ben promosso può produrre utili. “Il re Leone” dà prova di come partendo da un film di successo e lavorando su partnership e sponsorship con grandi aziende, su merchandising, su pubblicità, su marketing e persino su pubblicazioni di album musicali collegati allo spettacolo, si può fare impresa attraverso il teatro”.

Durante il lockdown, del quale gli spettacoli dal vivo hanno risentito più del resto, l’attrice Monica Guerritore ha proposto di tenere in vita il teatro portandolo in televisione, magari escogitando meccanismi su tv a pagamento in modo che si potesse assistere agli spettacoli direttamente da casa, evitando i pericoli del contagio e raggiungendo magari una platea più ampia di spettatori. Lei come valuta questa proposta?

“Non la condivido affatto. Non è questo il modo per rinvigorire le produzioni teatrali. Sicuramente a livello di conoscenza del repertorio artistico potrebbe essere molto utile, ma non si può pensare che vedere uno spettacolo in televisione sostituisca l’andare a teatro. Ad esempio, a me piacerebbe molto vedere in alta qualità le commedie di Eduardo De Filippo, visto che dal vivo non posso più assistere ai suoi spettacoli. Ma resta eventualmente un business accessorio, un modo collaterale di produrre utili che non deve rimpiazzare il modo classico di fare teatro e la magia che noi spettatori proviamo quando guardiamo uno spettacolo dal vivo”.

Nel libro lei fa riferimento ad una sorta di “incompatibilità ontologica” tra cinema e teatro. Ma nel rapporto dialettico che da sempre esiste tra i due, qual è la peculiarità dell’uno che potrebbe essere utile all’altro e viceversa?

“Io parlo prevalentemente dal punto di vista delle produzioni teatrali, che conosco meglio, avendo anche fatto uno stage in quell’ambito. Credo che sicuramente sarebbe utile che il teatro, per avere una migliore resa economica, imparasse a prendesse in prestito il lato business del cinema. Le produzioni cinematografiche sfruttano molto di più il merchandising e la promozione, concetti in cui il mondo teatrale è ancora molto indietro. Disney in questo aspetto è insuperabile, essendo capace di grandi sinergie tra i vari aspetti in cui l’attività imprenditoriale si diversifica”.

Siamo abituati a pensare a Disney come ad un produttore di sogni più che come ad un produttore di utili. In realtà dietro a quel “se puoi sognarlo puoi farlo” e a tutta la narrazione che ne consegue c’è una dimensione economica di grande spessore. Quali principi ispiratori del mondo imprenditoriale Disney possono essere utili in un contesto economico depresso come il nostro?

“Penso che sia possibile trarre molta ispirazione dal modello Disney da parte degli imprenditori che operano in ogni settore, non soltanto nel mondo artistico e culturale. Purtroppo nel Mezzogiorno sono veramente pochi gli imprenditori che danno il giusto valore al marketing e alla brand awareness, cioè a tutte quelle azioni di promozione che servono a fortificare il marchio e a far saper al mondo che un’azienda esiste e di cosa si occupa. La Disney in questo è straordinaria, tanto è vero che una larga parte dei suoi profitti derivano da una perfetta gestione del marketing. Magari per noi è ancora difficile pensare di poter raggiungere quei livelli, però anche solo l’apertura a quest’area di business sarebbe già un bell’inizio, perché tendenzialmente è un campo nel quale siamo portati a non investire. Questo vale per tutte le aziende. Se poi lo facesse anche il teatro, sarebbe il massimo”.

Per cui la cosiddetta “sinergia” Disney è replicabile in altri contesti?

“Sì, io credo che sia assolutamente replicabile e non soltanto nel settore dello spettacolo. Si tratta di un modello di fare impresa che può essere esportato in ogni settore: grande qualità dei prodotti, attenzione per le persone, forte promozione del marchio e interdipendenza tra i vari settori in cui l’azienda investe”.

Nel libro, lei utilizza spesso la seconda persona singolare, rivolgendosi direttamente al lettore: quali sono le ragioni della scelta di questo espediente letterario?

“In realtà non è un espediente letterario, ma una tecnica utilizzata nell’ambito del marketing per catturare e mantenere alta l’attenzione. Me la sono portata dietro anche nella scrittura”.

Secondo lei a chi è utile leggere il suo libro?

“Il libro si rivolge innanzi tutto a chi si occupa di teatro. Spero che arrivi il messaggio che è un settore che non necessariamente deve essere considerato in perdita. I buoni esempi esistono, bisogna soltanto conoscerli e studiarli per poterli riprodurre e magari persino migliorare. Ma può essere utile a imprenditori di qualsiasi settore. Sia il capo dell’azienda in cui lavoro adesso che altri amici che sono in affari ne hanno apprezzato molto la lettura. Anche se il libro si occupa di un settore così specifico quale è quello dello spettacolo, penso che qualsiasi imprenditore, emergente o di esperienza, possa trovare uno spunto di riflessione e un piccolo pezzo della vicenda di Walt e della sua azienda al quale ispirarsi. La Disney è stata capace di adattarsi ai cambiamenti senza snaturarsi: in un contesto storico nel quale tutto cambia così velocemente travolgendo il passato, può essere di esempio un modello imprenditoriale che si rinnova senza tradire la sua storia. E poi sicuramente può essere una buona lettura per i colleghi marketer, perché dal brand Disney in quel campo si può soltanto imparare”.

Abbiamo parlato molto di economia e di marketing, adesso però chiudiamo con una nota artistica: chi è il suo preferito tra i personaggi Disney e perché?

“Nonostante abbia scritto un libro su Simba, io sono affezionata ad Aladdin! Secondo me è proprio l’esempio dell’eroe disneyano: parte dal nulla, essendo molto povero, poi la vita gli offre tre desideri da realizzare attraverso il Genio della lampada e alla fine i suoi sogni si avverano”.

Si conclude così questa piacevole intervista.

Arrivata alla conclusione di questo articolo non posso che ringraziare Marina Poci per la sua professionalità, per la sua curiosità e per delle domande che portano con sè, oltre che una reale lettura del libro (cosa per nulla scontata) anche una sincera ricerca verso un possibile miglioramento della situazione economica del mezzogiorno. Spero che ciò che ho scritto nel mio libro e le risposte che ho dato possano davvero dare un segnale positivo, anche solo uno spunto di riflessione per migliorare il nostro modo di approcciarci al mondo imprenditoriale e soprattutto a quello dello spettacolo. 

Tu cosa ne pensi?

Un abbraccio e a presto.

Federica Argentieri

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